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Tommaso Trini

Cupole aperte

La Moschea di Milano ospita l’opera ambientale di una giovane artista italiana presso l’annesso centro culturale islamico. Ecco un evento inedito, piccolo per il calendario ma ben significativo per i tempi della libertà e dell’amicizia. Tanto più che l’opera di Angela Trapani non è improntata ai canoni del sacro; e le autorità religiose del Centro islamico mirano solo alla loro missione, al di là dell’arte moderna. Così il luogo di culto avvicina alla comunità dei mussulmani in Italia le immagini del suo simbolo più visibile - la cupola - qual è arabescata da un’artista laica che conta una frequentazione appassionata, pur se non devota, dei Paesi arabi. Tale apertura reciproca merita di essere salutata con partecipazione lieta e sollecita.

Ancorché centrata sull’esigenza professionale di mostrare un’opera decennale, che negli ultimi tempi ha allargato il proprio linguaggio dalla pittura alla scultura, l’iniziativa di Angela Trapani può risultare foriera di più ampi sviluppi ulteriori. Accostare le nuove forme d’arte ai centri dei diversi culti religiosi è un passo necessario del dialogo esplicito che ha ripreso a fervere, in questi anni, fra gli artisti e le grandi religioni monoteiste. Lo è per i linguaggi della creatività postmoderna, laddove tendono a ricostituirsi in discipline della “rivoluzione interiore” mediante simboli e segni. Posti all’ascolto delle pratiche liturgiche e devozionali, il loro contributo all’innovazione mira nuovamente ad armonizzare l’individuo con la società. E’ stata l’analisi del discorso teologico, fra altre, che ha permesso ai rigorosi “concettualisti” del gruppo “Art and Language” di affinare negli anni 70 la filosofia del linguaggio nell’arte. Dunque, guardiamo non solo all’attuale rilancio dell’operatività artistica applicata al sacro; o alla riscoperta dello spirituale nei modernisti. Ma allo “spirito creatore” interno ai linguaggi.

L’arte è un ponte fondato che favorisce il dialogo inter-religioso. E non solo perché reca in dono la bellezza, che non sempre coltiva. Benché sottoposta alle sacre scritture di tante epoche e fedi, essa ne condivide da millenni le simbologie e le umane verità sul versante della tolleranza. Possiede esperienze uniche nello sceverare il vero dal falso, l’illusione dalla evidenza, il caso dalla causalità. Ha la destrezza per muoversi, senza perdersi troppo, lungo i confini fra le parti opposte, sul limitare delle realtà parallele in cui è deflagrato il comune senso di realtà, sul frastaglio che moltiplica le tecniche, i media e le merci. Al riguardo, cito un’idea di Joseph Beuys, secondo cui religione e arte confluiranno tra loro, perché ci credo.

Presso la Moschea di Milano, la cui architettura modernista eretta nel 1988 si staglia su una via d’accesso alla città, il perno dell’incontro è una figura – la cupola, fuoco prospettico di tanti edifici del culto – che ha valenza architettonica ed immateriale insieme. E’ mediante le cupole che i sensi dell’arte abbracciano lo spirito creatore. Così le vediamo comparire da molti anni nel lavoro della Trapani, nella sua pittura trasognata: semisfere dalla grafia pura che trasfigurano nella maternità del corpo. Nata dalla scoperta delle forme e dei colori della Tunisia, visitata con assiduità fin dall’infanzia, la sua figurazione precoce si è sviluppata nel segno dell’affezione più che della memoria. Invece di rammentare il lontano, o il pittoresco, o l’esotico, l’artista si è volta a ciò che ha più vicino: la pittura, il collage, la calligrafia. E in un orizzonte quasi sempre notturno che trascolora dal blu violaceo all’indaco ne ha inscritto alcuni dei segni più icastici: oltre alla cupola (ma non il minareto), la persiana o segreta (in tessuto a collage), i lacerti di scrittura araba o kufica (evocanti suoni più che decorazioni) e lo spazio tra cielo e terra (tra sacro e profano). L’ondeggiare di cinque cupole, secondo il ritmo delle cinque preghiere quotidiane dei mussulmani, eleva quest’opera a un principio di astrazione in una recente serie di vedute notturne, bellissime da vedere (e ascoltare forse).

L’ambivalenza corporale è insita nella concezione della cupola fin dal suo disegnarsi nel nostro sguardo, quando guardiamo come per toccare. Angela Trapani tiene a dire che non ha mai ricercato la sua ambigua valenza di coppa femminile, ma non può evitarla; né deve, ad avviso di tutti i suoi estimatori. Pura geometria, la cupola è nondimeno antropomorfa. In Occidente e nel Medio Oriente, colma del suo universale simbolismo sferico ed aereo, la cupola è un potente magnete dell’attenzione estetica che si rivolge alla tensione spirituale. E’ più della testa, quale si configura nello stupa dell’Estremo Oriente. E’ la volta dell’infinito. Il panorama di Roma è così fitto di cupole che la loro visione può rendere plausibile l’enfasi e l’illogicità di chi ha detto che “a Roma, tra una chiesa e l’altra c’è sempre un’altra chiesa”. Come dire che tra un pensiero e l’altro nascono nuovi pensieri. Così può dirsi, dunque, della unione del bello col sacro: entrambi visitano l’umanità. Anche le comete hanno una cupola.

Ultimamente, Angela Trapani ha preso a costruirle, le sue cupole, invece di dipingerle. Ne materializza la plasticità con i mezzi propri dello scultore – anzi, del vasaio – coltivando la finezza che più distingue il suo lavoro: ottenere il meglio col minimo per innata eleganza. E con altrettanta semplicità le decora, seguendo un istinto già affinato nei quadri dipinti. E’ come se l’artista avesse aperto la sua pittura per trarne, non più orizzonti favolosi, ma volti carezzevoli. Inoltre, progetta di presentarle, le nuove cupole innervate da gesso o specchio, entro una cupola tanto più grande, un ambiente che le contenga e ne protegga la visione: una cupola sorella. La quale diventa in tal modo un artefatto a misura degli spettatori che vi entrano, in omaggio anche alla cupola madre che dalla vicina Moschea protegge i devoti.

E’ un esperimento non privo di coraggio. Nell’appuntamento con il loro primo incontro, la mostra delle cupole di Angela Trapani accanto alla Moschea di Milano è sperimentale due volte. Quel luogo di culto si apre a un’artista laica che a sua volta riapre l’arte alla prova e al cambiamento, indispensabile requisito alla vitalità della bellezza.

 

Open domes

The Mosque in Milan forms the setting for the environmental work by a young Italian artist on display in the adjoining Islamic cultural centre.  An unusual event, of minor importance in the general calendar, but one that is extremely significant in terms of freedom and friendship.  All the more so because Angela Trapani’s work does not comply with the sacred teachings, and the religious authorities of the Islamic Centre focus exclusively on their mission, without making any allowance for modern art.  The place of worship brings the Muslim community in Italy the images of its most visible symbol – the dome – as seen by a lay artist with a passionate, if not devout interest in Arab countries.  Such reciprocal openness deserves to be welcomed with joyful and full participation.

Although still centred on the professional need to display her work over the last ten years, which most recently has expanded from painting to sculpture, Angela Trapani’s exhibition may be the harbinger of further development.   The possibility of exhibiting new forms of art in different religious centres is an important step in the explicit dialogue that has re-emerged over the past few years between artists and the major monotheist religions.  It is important for the languages of post-modern creativity, which show a tendency to evolve into disciplines of the “interior revolution” through symbols and signs.  Positioned within earshot of liturgical and devotional practices, their contribution to innovation is again that of bringing the individual into harmony with society.  It is worth recalling, in fact, that in the 1970s theological analysis, among other things, enabled the rigorous “conceptualists” of the “Art and Language” group to develop the philosophy of language in art.  Therefore, we not only look to the current revival of artistic work applied to the sacred, or to the rediscovery of the spiritual in modernist artists, but to the “creating spirit” inside languages.

Art is a bridge that encourages a dialogue between religions.  Not only because it brings the gift of beauty, which is not always cultivated.   Although still subject to holy works from countless different ages and faiths, for thousands of years art has shared symbols and human truths in terms of tolerance.  It possesses unique experience in distinguishing truth from falsehood, illusion from evidence, chance from causality.  It has the ability to move along the boundaries between opposing parties without losing its way, on the edge of parallel realities that deflagrate the common sense of reality, on the jagged border that multiplies techniques, media and products.  In this respect, it is worth citing an idea put forward by Joseph Beuys who thought that religion and art will flow together, because I believe they will.

At the Mosque in Milan, a modern building constructed in 1988 and standing out against one of the main arteries leading into the city, the pivot for this meeting is a shape – the dome, a perspective focus for so many places of worship – which has both architectural and intangible properties.  It is through domes that the artistic sense embraces the creating spirit.   This explains why they have been present for many years in Trapani’s work, in her dreamy paintings: hemispheres of pure graphics are transformed into the maternity of the body.  She first became aware of form and colour in Tunis, which she visited frequently from childhood onwards, and her early work developed under the influence of affection rather than memory. Instead of recollecting the far-off, or the picturesque or the exotic, the artist turned to what was close to hand: painting, collage and calligraphy.  Some of the most symbolic signs are inscribed against a horizon that is almost always nocturnal, ranging from violet blue to indigo: in addition to the dome (but not the minaret), the shutter or secret (in a collage of fabrics), the fragments of Arab or Kufi writing (evoking sounds rather than decorations) and the space between the sky and the earth (between the sacred and the profane).  The undulating rhythm of five domes, in harmony with the five daily prayers in the Muslim religion, raises this work to a starting point of abstraction in a recent series of night views that are particularly beautiful to look at (and perhaps to listen to).

The conception of the dome has an innate corporeal ambivalence right from the moment it is reflected in our gaze.  Angela Trapani emphasises that she has never sought its ambiguous resemblance to the female breast, but neither can she avoid it; nor should she, according to all her admirers.  Although it is pure geometry, the dome is still anthropomorphous.  In the West and in the Middle East, full of its universal spherical and aerial symbolism, the dome is a powerful magnet for the aesthetic attention that turns into spiritual tension.  It is more than the head, in the form of “stupah” of the Far East.  It is the face of infinity.  The panorama of Rome is so dense with domes that the sight gives a ring of truth to the illogical saying “Rome is full of churches, but there’s always another church”.  In other words, new ways of thinking will always emerge between one form and the next.   What can be said of this union between the beautiful and the sacred: both affect humanity.  Even comets have a dome.

Most recently, instead of painting them Angela Trapani has started to build her own domes.  She gives them plastic form using a sculptor’s own tools – or rather the potter’s – adding the sophisticated finish that makes her work stand out: with innate elegance, she can produce the best using the least.  Then she decorates them, with equal simplicity, following an instinct that has already been perfected through her paintings.  It is as if the artist had opened up her picture, extracting faces that can be stroked, rather than fabulous horizons.  Moreover, she plans to present them, the new domes ribbed with gesso or mirror, in a much larger dome, a setting that both contains them and protects their vision: a sister dome.  In turn, this would become an artefact on the scale of the spectators who visit it, in homage also to the mother dome who protects the devout from nearby Moscow.
This experiment calls for considerable courage. At the appointment for their first meeting, the exhibition of Angela Trapani’s domes beside the Milan Mosque is experimental twice over.  The place of worship has been opened to a lay artist who in turn has subjected art to a process of testing and change, a indispensable requirement for the vitality of beauty.