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Paolo Bianchi (Il Giornale)

Intervista ad Angela Trapani

Lei è nata in Sicilia e vive a Milano. Non è musulmana. Come è avvenuto il suo incontro con l’Islam?

All’inizio è stato un incontro con una forma. Da bambina rimasi incantata davanti a un presepe nel quale i miei genitori avevano collocato una costruzione bianca con una torre e una semisfera trasparente illuminata. Da lontano, nel buio, mio sembrava metà Sole, metà Luna o, perché no, un oggetto alieno. Poi, da adolescente, il mio primo viaggio in Tunisia. Sono partita senza averne voglia. La prima mattina, a Sidi Bou Said, un villaggio vicino a Cartagine, ho visto una moschea. Una sensazione di felicità e serenità mi ha invasa, fin quasi a farmi star male. In dimensioni reali, quella forma della mia infanzia era tornata.

È stato allora che ha deciso di conoscere meglio i Paesi di cultura islamica?

Sì. Il viaggio successivo è stato a Istanbul, poi sono tornata ancora nel Nordafrica; ho vissuto con alcune famiglie locali. Ho imparato e praticato, grazie a loro, la danza e la meditazione. Mi sono avvicinata alla cultura araba e ho sviluppato necessariamente interesse verso la religione islamica. Non sto dicendo che mi sono convertita. La mia è stata, piuttosto, una folgorazione estetica. Ero colpita dall’architettura, dalle forme slanciate dei minareti e dalla linea delle cupole. Osservavo tanto i grafismi ricercati dei monumenti più sfarzosi, quanto le decorazioni delle porte più semplici. Praticamente dipingo la Tunisia dalla prima volta che ci ho messo piede. Dai vent’anni in poi la pittura è diventata il mio interesse predominante nella vita, superando così la musica, che pure mi aveva impegnata nel profondo.

Come ha conciliato il suo interesse per l’Islam con la sua vita a Milano?

I tutti i modi possibili. Leggendo, visitando mostre, partecipando a conferenze. Ho persino studiato l’arabo. Un giorno, dopo un incontro pubblico, ho conosciuto Kadigja e, attraverso di lei, l’Amir del centro islamico di Milano, Ali Abu Shwaima. È nata una forte amicizia, corroborata da un vivace, continuo scambio di idee, sempre nel rispetto reciproco. Io sento che la loro cultura per me è il posto giusto nel quale dare sfogo alle mie energie creative. Perciò sono entusiasta di occuparmi di questo Progetto moschea. Lo sento come un omaggio alla mia fonte ispiratrice.

Avrà ricevuto delle critiche. Non teme di passare per provocatrice?

No, a meno che non si intenda la provocazione nel suo significato positivo, di chiamata in causa di parti che si confrontano tra loro, nell’interesse comune. La mia purezza d’intenti del resto è chiara. Io penso all’arte, non alla religione. Il mio lavoro attinge a forme ideali che sono motivi ricorrenti nell’architettura e nell’arte islamiche, per esempio la semisfera e la spirale. Colori e segni mi vengono da lì, ed è lì che passa la mia ricerca artistica. Ben venga, allora, l’apertura di uno spazio all’arte proprio nella prima moschea d’Italia.

 

Interview with Angela Trapani

You were born in Sicily and live in Milan.  How did you first come across Islam?

My initial meeting was with a form.  When I was a child, I was fascinated by a nativity scene in which my parents had placed a white building with a tower and a transparent hemisphere that was illuminated.  At a distance, in the dark it look like half of the Sun or half of the Moon, or even an alien object.  Then, as a teenager, I went to Tunisia on my first holiday.  I left feeling extremely unenthusiastic.  On the first morning, I visited a mosque in Sidi Bou Said, a village close to Carthage.  I was overcome by a feeling of happiness and serenity, almost to the point of making me feel ill.   I found the shape from my childhood in life-size dimensions.

Was this when you decided to get to know the Islamic culture better?

Yes. My next trip was to Istanbul, and then I returned to North Africa.  I lived with a number of local families.  Thanks to them, I learnt and was able to practice dance and meditation.  I became deeply involved with the Arabic culture and this obviously meant that I grew interested in Islam.  I am not saying that I became a convert.  Mine was more of an aesthetic attraction.  I was struck by the architecture, the slender minarets and the outline of the domes.  I studied both the sophisticated graphics of the most intricate monuments and the decorations on the plainest doors.  In practice, I have been painting Tunisia since I first set foot in the country.  From the age of twenty, painting has been my main interest in life, even more than music in which I was also profoundly interested.

How did you reconcile your interest in Islam with your life in Milan?

In every possible way. By reading, visiting exhibitions, taking part in conferences.  I have even studied Arabic.  One day, after a public meeting, I met Kadigja and, through her, the Amir of the Islamic Centre in Milan, Ali Abu Shwaima.  We became great friends and enjoyed a constant, lively exchange of ideas, always with profound mutual respect.  I feel that their culture is the place where I can give a free rein to my creative energies.  I am therefore very excited to be organising this Mosque project.  I feel that it pays homage to the source of my inspiration.

You will have undoubtedly been criticised.  Are you not concerned that people will think you provocative?

No, unless you mean provocative in a positive way, bringing sides together to make comparisons that are of general interest. The purity of my intentions is clear.  My interest lies in art, not religion.  As an artist, I regard myself as an Orientalist.  My work draws on ideal forms that are recurrent motifs in Islamic art and architecture, for example the hemisphere and the spiral.  All my colours and lines are inspired by Islam, and it also provides the field for my artistic research.  This is why I welcome the opening of a space for art in Italy’s first mosque.