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Nicola Manzoni (Milano, luglio 2012)

TRASPARENZE RIFLESSE, INTERPRETAZIONE FILOSOFICA 

Comincerò col circoscrivere e delimitare il campo di indagine: queste letture filosofiche delle Trasparenze si concentrano soprattutto sulle n. 3, 7, 73 e 76, cioè sui lavori in cui è visibile, o chiaramente intuibile, la presenza del cielo. Tuttavia azzardo l’ipotesi che queste osservazioni possano estendersi a tutte le Trasparenze, poiché anche se il cielo non è visibile, è comunque un elemento determinante di tutti questi lavori, anche di quelli in cui non compare direttamente.
Ora, in ogni Trasparenza si possono notare quattro piani o livelli, che sono disposti verticalmente uno sull’altro.
Questi quattro livelli corrispondono a quattro elementi ben precisi: 1) lo sguardo del soggetto, situato in una dimensione profonda e rivolto verso l’alto; 2) la semisfera trasparente, che svolge una serie di funzioni di cui parleremo; 3) le cose oltre la semisfera (alberi, oggetti, eventuali persone, ecc.); 4) il cielo.
Gli elementi 2 e 3 sono compresi in un campo di tensione che si origina dallo sguardo del soggetto e giunge al cielo, dove si acquieta e si ferma (dove la tensione si scioglie e si risolve). 
Cerchiamo di analizzare, e, per così dire, di descrivere fenomenologicamente ognuno di questi livelli o elementi.

  1. Lo sguardo del soggetto

Le Trasparenze sono sguardi sul mondo. Intendo dire che in esse si avverte molto chiaramente la presenza di un soggetto, di qualcuno che guarda. Potrebbe essere l’io dell’autrice, ma anche di ognuno di noi, o dell’uomo in generale.
Come si nota, qui, la presenza del soggetto? E’ chiaro che esso di per sé non appare, non si mostra, non può essere visibile perché, come si legge negli antichi libri induisti, “chi guarda non è guardato”, o “chi pensa non viene pensato”, e non può essere a sua volta un contenuto di pensiero.
Però il soggetto si avverte chiaramente, si sente come una “presenza invisibile”, come un ben preciso punto di vista sulle cose.
Esso risiede in una dimensione profonda, per così dire sotterranea, da cui, magari in modo un po’ esitante e timoroso, guarda in alto verso la luce.
La dimensione decisiva del soggetto è, in generale, l’interiorità. Essa non può essere vista perché è una profondità significativa che eccede, per sua natura, qualsiasi superficie visibile o descrivibile, per cui ogni persona è sempre più del proprio apparire, delle proprie azioni e delle proprie manifestazioni: per questo può solo  essere avvertita, sentita, intuita come qualcosa di importante che non appare e che non può mai essere detto o spiegato completamente.
L’interiorità del soggetto, come sguardo sul mondo, è riposta in una dimensione “sotterranea” da cui guarda in alto. Dobbiamo uscire dal “fondo segreto” di noi stessi per interpretare, guardare, progettare, ma senza tradire questo “fondo”, senza perderci e senza smarrirci negli oggetti e nelle vicende, dobbiamo uscire da noi per infine ritrovarci.
Così il soggetto vede, percepisce, interpreta in un certo modo: qui comincia il campo di tensione che, attraversando la trasparenza della cupola e le visioni “distorte”, incurvate, delle cose, giungerà infine al cielo per risolversi e acquietarsi.

  1. La semisfera trasparente

Lo sguardo da cui il soggetto vede il mondo è sempre un punto di vista, una prospettiva: vediamo sempre le cose attraverso una serie di mediazioni, di modi d’interpretarle, di “categorie” mentali o psicologiche in senso lato.
Insomma il mondo lo vediamo, volenti o nolenti, sempre a modo nostro (“filtriamo” ogni situazione colorandola col quid specifico e unico della nostra personalità, dei nostri modi d’intendere e di volere, ecc.).
E’ molto importante cercare di capire le valenze di quest’azione “distorcente”, “filtrante”, che il soggetto esercita sul mondo: si tratta dell’impossibilità di trovare un diretto contatto con le cose e le situazioni, di un allontanamento irreversibile dalla verità, oppure le mediazioni con cui inquadriamo il mondo costituiscono una via per incontrarlo e per viverlo pienamente?
Ora, la semisfera trasparente non elimina ogni contatto con le cose situate all’esterno: anzi, la trasparenza è proprio un modo di incontrare ciò che si vede oltre il vetro curvo, quasi a volerlo avvicinare a sé.
L’azione della semisfera non è solo distorcente: essa è anche e anzitutto convergente.
Le cose convergono verso un punto ideale in cui potranno incontrarsi, e convergono anche verso lo sguardo del soggetto, quasi a raccogliersi intorno ad esso, a piegarsi verso di lui.
Se noi non vedessimo il mondo attraverso l’unicità irripetibile di un punto di vista, le cose del mondo se ne starebbero ognuna per suo conto e, forse, non si incontrerebbero: se la semisfera non incurvasse le linee degli alberi facendoli convergere, essi crescerebbero paralleli l’uno all’altro, ignorandosi reciprocamente.
Il punto di vista, la prospettiva viva e sensibile con cui unifichiamo la molteplicità delle cose, è una specie di abbraccio che le raccoglie e le compatta, evitando la loro dispersione.
Dunque è proprio restando fedeli all’autenticità del nostro punto di vista che possiamo aprirci una via e incontrare veramente la realtà, proprio attraverso il nostro modo di sentire e di vivere.

  1. Le cose oltre la semisfera

Oltre la semisfera trasparente troviamo oggetti (per es. una finestra), alberi, eventuali persone, ambienti, ecc.
Tutti questi elementi, come abbiamo visto precedentemente, subiscono l’azione “distorcente”, incurvante, delle mediazioni soggettive con cui vengono inquadrati.
Le cose oltre la semisfera entrano, per così dire, in un campo fatto di linee di tensione,  le quali producono, sulle cose, una serie di effetti.
Ovviamente le cose (oggetti, alberi, persone, ecc.) non sono lasciate al loro spontaneo riposo, ma, tendendosi in un certo modo e assumendo una certa curvatura, in un certo senso subiscono un “perturbamento” che può anche risultare, talora, doloroso, come tutto ciò che si oppone a una scontata e immediata spontaneità naturale.
Tuttavia questa “sofferenza” delle cose, per es. degli alberi che si distorcono e si contorcono costretti a comportarsi in un modo per loro innaturale, non è negativa, perché, come abbiamo visto, è proprio ciò che fa convergere le cose verso il soggetto che le guarda, e che le fa incontrare in un punto ideale alto, situato alla sommità del cielo.
Se ci pensiamo bene, così è la vita: un’avventura in cui il soggetto, uscendo dal suo fondo segreto e sopportando un certo carico di sofferenza, si inoltra in un campo di tensione che comprende anche le cose che incontra, colorandole a modo suo, ma anche amandole e cercando di farle convergere (verso di sé, tra di loro, e verso il cielo come luogo risolutivo).

  1. Il cielo

Il cielo è un elemento a mio giudizio determinante delle Trasparenze (almeno di quelle che ho citato e direttamente analizzato).
Esso rappresenta il polo contrapposto allo sguardo del soggetto: questa contrapposizione è anche un’analogia, perché, come si sa, tutti gli opposti hanno tra loro molto in comune.
Nel cielo il campo di tensione si conclude, si acquieta, si risolve: il cielo infatti, a differenza delle altre cose oltre la semisfera, non subisce alcuna azione deformante, è per così dire “indeformabile”. Essendo pura intensità luminosa, senza struttura e senza morfologia, non può essere distorto in alcuna maniera. Al massimo può risultare offuscato, o guardato attraverso filtri colorati, ma ciò non intacca la sua azzurra semplicità, che non si può fare a meno di intuire oltre qualsiasi filtro o elemento di mediazione (oltre le nuvole e oltre ogni impurità). Il cielo, al massimo, può non essere visto, ma se esso si vede, o se lo si intuisce per ciò che è, esso si presenta come un ultimo approdo significativo, situato al di là di ogni possibile effetto distorcente e deformante.
Qui non ho lo spazio di descrivere una completa fenomenologia del cielo, perché andrei fuori tema e diventerei prolisso.
Ad ogni modo una delle caratteristiche tipiche del cielo è quella di costituire sempre un approdo, e mai una via (non a caso le religioni situano metaforicamernte in cielo il compimento perfetto di una vita buona e significativa).
Nel cielo tutte le tensioni di sciolgono, perché il cielo rappresenta sempre un significato ultimo perfettamente positivo e completamente privo di ambiguità – e se il cielo può apparire livido, minaccioso, ciò è sempre dovuto a impurità che si frappongono fra l’osservatore e l’orizzonte celeste, come nuvole, foschie, ecc. (mentre ha perfettamente senso dire di “essere in un mare di guai”, suonerebbe insensato, “stonato” e assurdo sostenere di “essere in un cielo di guai”, proprio perché il cielo è l’immagine visibile della perfezione integralmente positiva).
E dunque, tornando alle Trasparenze, il cielo è determinante perché, se non ci fosse, il campo di tensione che dal soggetto si dirige verso l’alto resterebbe avvitato su se stesso, senza mai risolversi e allentarsi: si genererebbe, in altri termini, un effetto claustrofobico, tipico di un mondo privato del proprio cielo (cos’è l’inferno se non un mondo senza cielo? Se togliamo a qualsiasi mondo il suo cielo, il risultato è l’inferno, per es. l’inferno interiore della disperazione è una chiusura totale senza scampo, un’implosione assoluta senza via d’uscita, senza l’apertura luminosa di un cielo).
Ecco perché il cielo è, in ultima analisi, l’elemento decisivo, determinante e risolutivo.
Esso ha in comune col proprio opposto, col fondo segreto del soggetto situato in una dimensione “sotterranea”, l’indeformabilità.
Anche il fondo essenziale e segreto del soggetto, non essendo mai riducibile a una certa struttura e a una certa morfologia, fino a quando resta raccolto in se stesso è quieto e imperturbato: i problemi nascono quando esce fuori di sé, diventando uno sguardo, una prospettiva sul mondo, cominciando cioè ad agire, a interpretare, ad amare e a vivere.
Per questo il soggetto avverte una particolare affinità con ciò che è più alto e lontano, come se riuscisse a ritrovare, nell’ultimo orizzonte del cielo, la propria stessa natura originaria, intima e intensamente tranquilla.

Ho cercato, in queste pagine, di delineare una possibile interpretazione filosofica delle Trasparenze, un’interpretazione che, naturalmente, non ne esclude altre. Ho deciso di imboccare una certa direzione e, seguendola, penso di poter affermare che nelle Trasparenze è possibile ravvisare, racchiuso in un unico colpo d’occhio, l’avventuroso itinerario di un’umana esistenza.