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Igor Sibaldi

Sul CUPOLISFERIO di Angela Trapani

Guardata sullo sfondo di un Occidente che va facendosi sempre più brumoso, sempre più sperso nella mancanza di strade e di guide, questa opera di Angela Trapani appare come un atto di pura devozione e libertà. Ma non libertà nel senso consueto ‑ che designa un certo magnetismo dell’indecisione, della fuga da responsabilità e dignità, e della segreta invidia per chi ha scelto invece una strada di perfezionamento.
Libertà, piuttosto, nella sincera apertura dell'orizzonte. Nell'espressione di un destino di artista, che non nasce per cercare la propria via e la verità assoluta, ma per raffigurare la bellezza delle vie interiori, delle forme che la ricerca della verità genera e può generare nel mondo. Angela ha scelto questo modo di percepire la realtà, a grande vantaggio degli altri, di coloro che ancora cercano o già credono.Per essi, la libertà è una meta suprema. Per lei, è condizione e strumento espressivo.
E nel vedere e nel mostrare. Esiste, nel cristianesimo medievale, un'immagine meravigliosa e poco nota della Vergine, la cosiddetta “Vergine dai Begli Occhi”, diffusa in Catalogna ‑terra benedetta d'Europa, in cui per tanti secoli le culture, islamica, ebraica e cristiana hanno convissuto in pace, dall'epoca della Dominazione Araba fino alla fine del XV secolo. E si diceva che la Vergine dai Begli Occhi desse ai fedeli la grazia di sapere vedere bene le grandi come le piccole cose, con verginale purezza e libertà, scorgendo in ciascuna cosa la via verso l'Infinito.
Quale confine religioso si può tracciare, in questo tenero e splendido insegnamento della tradizione popolare? Quale devozione potrebbe escluderlo come fatto altrui? Il mistero che quegli occhi cercano e trovano ovunque è per tutti esistente, e per tutti il medesimo.
Con gli occhi di quella libertà, Angela da anni contempla i tanti misteri delle forme della verità, senza badare ai loro confini devozionali. Ma, dicevo, è anche opera di devozione la sua. Devozione non alla verità rivelata, di nuovo, ma alla profondità che le espressioni di essa dischiudono. Non alla destinazione, ma al paesaggio, diciamo, del simbolo.
Così, guardate questa Cupola. Per chi è soprattutto credente, guardarla è riconoscere, consentire, ricevere omaggio nel cammino verso un Assoluto che poco si cura di per sé, nella sua altezza, delle conformazioni dell'orizzonte. Ma Angela invita, dolcemente obbliga lo spettatore a volgere lo sguardo anche intorno, nella Cupola, a percepirne il mistero formale. Mistero ‑ val la pena di ricordarlo ‑ non è equivalente a “segreto”. “Segreto” è ciò che non si può conoscere. Mistero, invece, è ciò che infinitamente si conosce, e che nessuna profondità del conoscere umano può o potrà mai sondare fino all'estremo, fino a esaurirlo. Esistono importantissime forme del Mistero.
Così la Cupola. Emblema e simbolo dell'Islam, ma anche suo fondamentale mistero ‑ e suo non esclusivamente, ma per eminenza. Entrandovi, devotamente si impara, con gli occhi di Angela ‑ occhi stranieri e amorevoli ‑ a vederne nascere il senso. Non solo unione dei credenti, ma raffigurazione dell'orizzonte che al credente si apre. Egli, nella Cupola e attraverso di essa, guardandola e vedendola, sente di esserne parte come un organo è parte del corpo. Ciò che chiamiamo Io (e in cui l'Occidente da tanto tempo si smarrisce) è parte ed espressione limitata di questo spazio a volta, simile all'universo intero, che ciascuno di noi porta non già dentro di sé, ma tutt'intorno, in ogni istante della sua vita, come sua autentica dimensione della realtà.
Ogni credente è una Cupola. E la Cupola è tutti. Qui si apre il mistero, e prosegue.

All’interno della Cupola, altre ve ne sono. Ciascuna manifesta la propria capacità di intendere il confine tra sé stessa e l'universo Infinito. Il confine è sempre il medesimo. Solo lo sguardo cambia angolazione. E contempla ovunque, costantemente, se stesso. il proprio devoto limite dinanzi al Mistero.

 

On the “CUPOLISFERIO” by Angela Trapani

Seen against the background of a Western society that is becoming increasingly lost in the mist owing to the lack of roads and guides, this work by Angela Trapani seems to be an act of pure devotion and freedom.  But not freedom in the usual sense of the word – namely, that particular magnetism of uncertainty, escape from responsibility and dignity, and secret envy for those who have chosen the path of perfection. 
But rather freedom in the sincere openness of the horizon.  In the expression of an artist’s destiny, who is not born to look for her own path and absolute truth, but to depict the beauty of the inner path, the forms that the search for truth can generate in the world.  Angela has chosen this way of perceiving reality, to the great advantage of others, those who are still searching or already believe.
For them, freedom is the supreme meta.
For her, it is a condition and instrument of expression.  It consists in seeing and showing.  In medieval Christianity, there is a marvellous and little known image of the Virgin, the so-called “Virgin of the Beautiful Eyes”, widely found in Catalonia – the blessed land of Europe, where the Islamic, Hebrew and Christian cultures lived side by side for centuries, from the time of the Arab domination up to the late 15th century. It was said that the Virgin of the Beautiful Eyes gave the faithful the grace to see both large and small things, with virginal purity and liberty, seeing in them all a path towards eternity. 
What religious boundary can be traced in this gentle and splendid lesson taken from popular tradition?  What devotion would rule it out as belonging to another religion? The mystery that those eyes look for and find everywhere is available to everyone, and it is the same for all.
Seeing through the eyes of this liberty, for years Angela has contemplated the numerous mysteries of the shapes of truth, without worrying about their devotional boundaries.  But, as I said earlier, her work is also devotional.  Devotion not to the truth as it is revealed, but to the profound nature of the expressions that it discloses. Not to the destination, but to the passage, we might say, of the symbol
Take time to look at this Dome.  Those who believe, above all, will recognise, allow and receive homage in the path towards an Absolute that, from its lofty height, cares little about the shape of the horizon.  But Angela invites and gently obliges the spectator to look around inside the Dome, to perceive its formal mystery.
Mystery – it is worth remembering – is not the same as “secret”. “Secret” is what cannot be known.  Mystery, on the other hand, is what is infinitely known, but no depths of human knowledge can or will ever probe its farthest corner, can ever exhaust it.  There are extremely important forms of Mystery. 
This brings us to the Dome.  The emblem and symbol of Islam, but also its fundamental mystery –not exclusively, but through eminence.  Entering into the Dome, we devoutly learn to understand its meaning, through Angela’s eyes – loving and foreign eyes.  Not only the union of the faithful, but also a portrayal of the horizon that appears to the believer. In the Dome and through it, looking at it and seeing it, he becomes part of it, like an organ forms part of the body.  What we call Ego (in which the West has lost itself for so long) is only a limited part and expression of this vaulted space, resembling the entire universe, which each of us carries not inside us, but all around us, at every moment of our lives as the authentic dimension of reality.

Every believer is a Dome.  And the Dome is everyone.  This marks the start of the mystery, which continues. 
There are others inside the Dome.  Each manifests its own capacity to mark the boundary between itself and the infinite universe.  The boundary is always the same.  Only the angle changes if we look at it in a different way.  Everywhere, it constantly contemplates itself, its own devout limit in front of the Mystery.