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Elisabetta Longari

Volevo toccare le lune delle guglie

Volevo toccare le lune delle guglie è proprio come dire “ Voglio la luna”. E’ un titolo da fiaba, da “lanterna magica”, da Mille e una notte. La pittura di Angela Trapani insegue un desiderio blu come l’infanzia e l’infinito, blu come l’Islam. Costituisce un’ininterrotta favola esotica. Le stelle trapuntano i cieli immensi d’oriente in modo completamente diverso da qui. L’aria è più tersa, più tenera e carica di profumi. La notte più ricca e misteriosa, di un blu più profondo e lucido. Le cupole perfezioni architettoniche femminili, si sdraiano sensuali nel cielo.
Sul limitare del nulla (come suggerisce il titolo di un dipinto).
I minareti si ergono con felice slancio verso l’immateriale. Le porte arabe, borchiate e circondate dal proliferare dell’arabesco, sono immagini di un preziosismo essenziale. Come le grate, i cancelli, le ganarìe, le piastrelle, gli stucchi. Come la scrittura araba, che per i profani si traduce in misterioso ritmo, sinuoso e frammentario, che fa sognare. Sognare di perdersi nel labirinto dell’ornamento o nel deserto, il che poi alla fine è lo stesso. E’ comunque tutto in funzione della smaterializzazione: l’intreccio potenzialmente infinito dell’arabesco, l’uso dell’azzurro, dell’oro e del bianco. Tutto ciò somiglia ad un miraggio. Alle notti nel deserto. Al rumore del silenzio. Al profumo n/della notte, un’essenza senza corpo, metafora della spiritualità. Una sorta di “pittura metafisica orientalista” che restituisce l’enigma di luoghi e di ore. E sprigiona lo stupore dell’infanzia, momento aurorale in cui tutto è segno sorprendente e misterioso.

 

I want to touch the moons of the spires

“I want to touch the moons of the spires” is just like saying “I want the moon”. It’s a fable title, as a “magic lamp”, as in A thousand and one nigt.
Angela Trapani’s painting pursues a blue desire as childhood is, as well as the infinite, blue as Islam.It’s a continuos exotic tale.
Stars embroider the vast skies of East in a totally different way from here. The air is clearer,softer and more laden with parfumes. The night is richer and more mysterious, colored of a deeper and glossier blue.The domes, feminine architectural perfections, sensually lay in thesky. Within the limits of nothing (as the title of a painting suggests), the minarets rise with delighted dash towards the immaterial. The arabian doors, studded and surrounded by the multiplying of arabesque, are images of an essential preciosity, just like Arabian writing, which is translated to outsiders into mysterious rithm so sinuous and fragmentary that lets us dream.
Dreaming of getting lost in the ornament maze or in the desert, which is finally the same.

Everything is always for dissolution: the potentially infinite weaving of arabesque, the use of blue, of gold and of white. All that looks like a mirage, like the nights in the desert, like the noise of silence, like the scent of night, an essence without body, metaphor of spirituality. It’s a kind of  “oriental metaphysical painting” which returns the enigma of places and hours. And it gives of the childhood astonishment, auroral moment in which everything is a mysterious and surprising sign.