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Angela Madesani

Camminare verso l’essenza
Note sul lavoro di Angela Trapani di Angela Madesani (2011)

A un primo sguardo, se non si conoscesse la sua storia, si potrebbero collocare i recenti lavori di Angela Trapani in un ambito puramente astratto. La faccenda è, invece, più complessa.
Le sue “atmo sfere” sono l’esito di un cammino verso l’essenza della forma. Tutto parte da una pittura, che, al di là della coercizione delle etichette, potremmo chiamare neo-orientalista: dalla fine degli anni Ottanta all’inizio dei Novanta il suo fare artistico si può, forse si deve, collocare in quel mondo. Nel mondo di Ethel Carrick, unica donna inglese a partecipare alla giuria del Salon d’Autômne di Parigi, di certi paesaggi arabeggianti di Kandinskj, di Alberto Pasini. E - perché no?- il riferimento potrebbe essere anche a certa fotografia tardo ottocentesca (1),quella prodotta dai fotografi come Felix Bonfils,i fratelli Zangaki, Pascal Sebah, che avevano i loro studi tra il nord Africa e Rue Pera a Istanbul.
Un periodo che risale alla notte dei tempi di un oriente favoloso, quello dei viaggiatori, di coloro che compravano le fotografie stampate all’albumina per portarle a casa e stupire chi era rimasto. In queste immagini le forme delle architetture, delle cupole, dei minareti si stagliano nel vuoto del cielo, che le rende a maggior ragione tridimensionali.
Angela Trapani, per ovvi motivi cronologici, non si pone di fronte a questi artisti e fotografi come una discepola alle prime armi, il suo è, piuttosto, un atteggiamento di interesse, di osservazione, di studio. È affascinata da quei colori, dalle atmosfere, dai paesaggi, che nel corso degli anni sono entrati a fare parte della sua vita. In Tunisia, a Sidi Bou Said, come in Turchia, a Istambul, trascorre lunghi periodi tra gli anni Ottanta e Novanta, quando soggetti dei suoi lavori sono cupole, ganarìe, architetture arabe.
Con il passare del tempo la sola forma che rimane all’interno della sua ricerca è la cupola, nella sua perfezione di semisfera, che rimanda a una forma di maternità archetipica. Cupola che è anche quella delle chiese di Palermo, un’altra città importante della sua vita. In particolare è affascinata da quelle rosse di San Giovanni degli Eremiti e di San Cataldo. Un rosso che torna, protagonista nei suoi lavori recenti (2).
La cupola alla fine dei Novanta diviene tridimensionale, si fa oggetto architettonico. La tridimensionalità dona a quegli oggetti una certa autonomia. Ne realizza alcune con il sale, una sorta di omaggio alle Saline di Marsala, sua città natale, nella Sicilia dell’Ovest, a un tiro di schioppo dal mondo arabo. Nel 2000 dà vita a una grande cupola, fatta di tubi di plastica, presso la Moschea di Milano in una sorta di sincretismo culturale, sociale, religioso. Come già nel passato, il suo rapportarsi alle cose necessita di tempi lunghi, così dalla tridimensionalità passa alla fotografia, alla quale si è sempre interessata. Nascono Trasparenze riflesse, in cui le cupole (3), riflettono le immagini del circostante, modificandone la forma, come in un gioco anamorfico.
Si giunge quindi alla recente serie di dipinti atmo sfere. Qui Angela Trapani coglie l’essenza delle forme architettoniche, la purezza delle geometrie.
La cupola è stata scomposta, tagliata a spicchi. Gli stessi sono sovrapposti in un gioco di forme e di colori, in composizioni, che, come già detto potrebbero essere lette come astratte. In queste recenti pitture, al blu, all’azzurro, al bianco si affianca il rosso, quello delle cupole palermitane.
L’ombra è scomparsa: ci troviamo di fronte a una pittura a larghe campiture di colore, frutto di diverse stesure. Un colore puro, dichiarato, sempre acrilico, per ovvie ragioni esecutive.
Se la sua pittura dei primi anni era alla ricerca dell’ornamento, del gioco visivo, delle piacevolezze, qui si opera per via di levare, come se fosse avvenuta una maturazione. Il soggetto nel suo descrittivismo scompare per lasciare posto all’idea dello stesso.

1. Angela Trapani già negli anni Ottanta utilizza la fotografia, sia in piccolo che in medio formata e per anni ha stampato da sé i suoi lavori. Da parte sua è anche una conoscenza tecnica dei materiali.

2. Un colore rosso intenso che secondo lo studioso Rosario Lo Duca trova una spiegazione nel restauro effettuato sulle stesse, in epoca tardo ottocentesca, dall’architetto Giuseppe Patricolo che, con metodo assolumente ascientifico, ha tentato di ricostruire l’intonaco impermeabilizzante di fattura normanna, il "coccio pesto", che conteneva anche della polvere di laterizio. In realtà l’impasto normanno assumeva una coloritura leggermente rosata, che tuttavia in breve tornava, grazie agli agenti atmosferici, a un grigio cinerino. Patricolo, interpretando il ritrovamento di un avanzo di intonaco da lui valutato "rosso cupo", fece rivestire con un intonaco rosso vivo la cupola di San Giovanni degli Eremiti. Forse in tutto questo anche il capomastro ebbe la sua parte. A partire, così, dagli anni Ottanta dell’Ottocento i viaggiatori scoprono una Palermo diversa, che credono normanna e normanna non è. Proprio come, sempre leggendo le note di lavoro di Angela Trapani, il bianco e celeste della case di Sidi Bou Said, è frutto di un decreto promulgato nel 1915 dal barone Rodolphe D’Erlanger, che voleva tutelarla dall’invasione del cattivo gusto.

3. In realtà si tratta di semisfere trasparenti.

Walking into the essence
Notes on the work of Angela Trapani by Angela Madesani

At first glance, and if you weren’t aware of the whole story, you could safely classify Angela Trapani’s latest works within an exquisitely abstract fold. But in reality it is rather more complicated than that.
The works shown in this exhibition are the outcome of a progression towards the essence of form. It all starts from a painting that, going beyond the shackles of labels, can be called neo-orientalist. Indeed, from the end of the Eighties to the beginning of the Nineties, her artistic endeavour can, should, be placed within that world. In the world of Ethel Carrick, the only English woman to take part in the jury of the Salon d’Autômne of Paris; of certain Arabian-like landscapes by Kandinskj; of Alberto Pasini. And – why not? – to that world outlined by a strand of late 19th century photography (1) such as that created by photographers of the likes of Felix Bonfils, the Zangaki Brothers, Pascal Sebah, whose studios were located between North Africa and Rue Pera at Istanbul.
An era that goes back to the mythical past of an imaginary Orient – the Orient of travellers, of those who sought old photographs printed in albumin to amaze those who had stayed back home. In these images, architectural forms, cupolas and minarets stand out against the backdrop of empty skies, somehow enhancing their tri-dimensionality.
For obvious chronological reasons, Angela Trapani does not confront these artists and photographers as an inexperienced disciple. She stands before them with interest, observing and studying. She is fascinated by those colours, atmospheres, landscapes that before long entered her life. In Tunisia, at Sidi Bou Said, as in Turkey, in Istanbul, she stayed for long periods of time in the Eighties and Nineties, when her works focused on cupolas, moucharrabies, and Arab architectures.
With time, the one single form that still occurs in her art is the cupola, which in its semi-spherical perfection brings to mind archetypical maternity.
Cupolas that are also those of the churches in Palermo, a city that plays an important role in her life. In particular, she is fascinated by the red ones atop of San Giovanni degli Eremiti and San Cataldo. The colour red that has made a strong comeback in her latest works (2).
At the end of the Nineties, the cupola becomes tri-dimensional, turns into an architectural object. Tri-dimensionality gives to those objects a degree of autonomy. She makes a number of them with salt in what was a tribute to the salt quarries of Marsala, her birth town in western Sicily, a stone’s throw away from the Arab world. In what was a sort of gesture of cultural, social and religious syncretism, she created in 2000 a large cupola, made of plastic tubes near the mosque in Milan.
As had already occurred in the past, her relationship to things take a long time to happen. It is thus that from tri-dimensionality she moved to photography, something she had always shown an interest for. The outcome was Trasparenze riflesse (“Reflected Transparencies”) where the cupolas (3)reflect the images of the surrounding place, reshaping its form as in a anamorphic play.
Next comes atmo sfere, the recent series of paintings being showed in the exhibition outlined in this catalogue. Here Angela Trapani captures the essence of the architectural forms, the purity of the geometries. The cupola was de-composed and cut in pieces. These were then overlapped in a pattern of forms and colours, in compositions, which, as we had mentioned earlier, can be interpreted as being abstract. In these recent paintings of varying dimensions – from pocket size to the largest 120 by 161 cm work – blue, azure and white combine with red. The red of the cupolas of Palermo.
 The shadow has disappeared. What we have are large backgrounds of colours that have been laid down several times. A colour that is pure, declared, and for obvious technical reasons, always acrylic.


(1) In the Eighties, Angela Trapani was already relying on photography, using medium formats photos that she printed on her own. She can thus claim a good technical knowledge of the materials.

(2) An intense red colour that according to the scholar Rosario Lo Duca is due to the restoration work that was carried out late in the 19th century by the architect Giuseppe Patricolo who unscientifically tried to recreate the impermeable plaster of the Norman age – the so-called "coccio pesto" – which contained brick dust. The plaster made by the Normans, in reality, was pinkish that turned cinder red when exposed to atmospheric agents. In finding a piece of the original plaster that he defined as being “dark red,” Patricolo took the decision to cover the cupola of San Giovanni degli Eremiti in lively red. However, his master builder may also have had a hand in this story. Thus travellers who visited Palermo after the 1880s discovered a Palermo they believed was Norman but which no longer was. Reading Angela Trapani’s notes, a similar story had occurred with the white and blue of the houses at Sidi Bou Said: they were the outcome of decree issued in 1915 by baron Rodolphe D’Erlanger who chose those colours as a protection against proliferating bad taste.

(3) In reality we are dealing with transparent half-spheres.